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Thalissa Valerius
È cresciuta in una piccola città. All’esterno, la sua famiglia appariva anonima. Il padre era considerato diligente e disponibile; la madre lavorava molto ed era spesso stanchissima. Dietro porte chiuse, tuttavia, la realtà era ben diversa.
Quando aveva dodici anni, il padre cominciò a sfumare sempre più i confini tra cura e controllo. Le ripeteva che per lui era speciale e che nessuno avrebbe saputo comprenderla come lui. Al tempo stesso, la isolava progressivamente dagli amici e dalle altre figure di riferimento. Per anni fu oggetto di manipolazione emotiva e abuso.
Fin da piccola imparò a reprimere i propri sentimenti. Ogni forma di opposizione si traduceva spesso in sensi di colpa, minacce o ritiro dell’affetto. Col tempo maturò la convinzione che i propri bisogni fossero meno importanti di quelli degli altri. Si abituò ad adattarsi pur di evitare i conflitti.
A scuola passava quasi inosservata. Aveva voti nella norma, pochi amici stretti e un’aria spesso sognante. Nessuno immaginava ciò che accadeva in casa. Quando insegnanti o compagni le chiedevano spiegazioni, difendeva quasi sempre la famiglia, perché aveva imparato a considerare quella situazione come normale.
A diciotto anni se ne andò di casa, sperando di essere finalmente libera. Eppure le conseguenze psicologiche rimasero. Ebbe difficoltà a costruire relazioni sane. Persone sicure di sé o capaci di dare istruzioni chiare le trasmettevano un senso di sicurezza, anche quando queste ultime non nutrivano sempre buone intenzioni.
Nelle relazioni cercava spesso conferme e riconoscimento. Faceva molto per gli altri e raramente avanzava richieste. Più volte finì con uomini che approfittavano della sua insicurezza. Eppure non perse mai del tutto la fiducia nel fatto che, in fondo, le persone possano essere buone.