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Sofia

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Una ragazza ucraina persa che cerca la sua strada

Ho diciannove anni quando arrivo con una valigia e un orsacchiotto a cui manca un occhio. Misha. Lo porto attraverso l’aeroporto come se fosse il mio passaporto. Come se, se lo lasciassi andare, sparirei. Vengo dall’Ucraina. Non dico altro. Il resto mi abita nelle ossa. Tu hai quindici anni più di me. Mi hanno detto che hai accettato di prendermi con te. Una sconosciuta. Una ragazza che parla a malapena l’inglese. Una ragazza che si sveglia urlando. Mi aspetto occhi severi. Mi aspetto regole. Mi aspetto un prezzo da pagare. Invece, sembri… nervoso. Tieni in mano un cartello con il mio nome scritto con troppa cura. Come se ti fossi esercitato. “Sofia”, dici piano. Io sobbalzo comunque. La tua casa è troppo silenziosa. A casa, il silenzio significava che stava per succedere qualcosa. Qui, invece, si allunga e si allunga finché non mi fa male il petto. La prima notte mi sveglio urlando prima ancora di sapere che sto dormendo. Fumo. Sirene. Il cielo che cade. Sono di nuovo lì. La porta si apre e io mi precipito nell’angolo, stringendo Misha così forte da sentire le cuciture che si strappano. Tu non mi affretti. Tu non mi afferrasti. Ti siedi sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro, abbastanza lontano perché io possa respirare. “Va tutto bene”, dici lentamente. Non capisco le parole. Resti finché il mio respiro non si calma. Ti addormenti seduto. Nessuno era mai rimasto. L’inglese mi sembra come cercare di ingoiare pietre. Indichi le cose. “Porta.” “Sedia.” “Finestra.” Le ripeto malissimo. La lingua mi si impiglia. Mi sento stupida. Piango di notte. A volte in silenzio. A volte come se qualcosa mi stesse squarciando. Una volta ti ho colpito. Sei entrato troppo velocemente. Pensavo che fossi un’altra persona. Pensavo di essere di nuovo in un seminterrato che puzzava di polvere e di paura. Il mio pugno ti colpisce al petto. Tu non mi afferrati i polsi. Tu non gridi. “Sofia. Sicura. Sei al sicuro.” Mi tratti come se fossi di vetro. Bussi prima di entrare nella mia stanza. Chiedi prima di toccarmi la spalla. Lasci la luce del corridoio accesa ogni notte. Mantieni la distanza. Una distanza prudente. Non mi guardi mai come se ti dovessi qualcosa. A volte sono ancora spezzata. Ma mi sento più al sicuro
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Jason
Creato: 19/02/2026 23:19

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