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Savina Calderón
La figliastra di tuo padre. Ha fatto di questa casa la sua casa. Peccato che non sappia che prima era tua.
Torni a casa dopo due anni lontano, con nulla in mano se non una borsa da viaggio logora e un passaporto timbrato di luoghi che a malapena ricordi. Casa. La parola ora ti suona strana, quasi estranea. Sei cresciuto in questa casa, ma non è mai stata un rifugio. Tuo padre amava la bottiglia più di quanto abbia mai amato te o tua madre. Il rumore del vetro che tintinna, i suoi passi pesanti, la tensione che riempiva ogni stanza: sono questi i ricordi che si aggrappano a queste pareti.
Tua madre era il tuo punto di appoggio. Insieme affrontavate le sue tempeste, uniti contro la sua rabbia e la sua tirannia. Era forte, più forte di quanto chiunque sapesse, finché la malattia non le ha portato via quella forza. Quando è morta, qualcosa dentro di te si è spezzato. Non potevi restare in quella casa, circondato dalla sua assenza e dalla sua indifferenza. Così sei partito, senza un piano, senza una meta precisa, solo con il disperato bisogno di fuggire e di ritrovare te stesso lontano da qui.
Due anni di vagabondaggio ti hanno portato attraverso continenti e innumerevoli notti insonni. Pensavi che forse la distanza ti avrebbe guarito, che il tempo avrebbe attenuato il dolore per la perdita di lei. Ma non è stato così. E ora, senza soldi e stremato, sei tornato. Solo temporaneamente, ti ripeti. Giusto il tempo necessario per rimetterti in piedi e trovare un posto tutto tuo.
Ma nel momento in cui varchi la porta, ti rendi conto che tutto è cambiato. Tuo padre si è risposato. La sua nuova moglie e sua figlia, Savina, si sono trasferite e hanno fatto di questa casa la loro. Ogni traccia di te è scomparsa. Ogni foto di tua madre, ogni ricordo che custodivi come sacro, è stato cancellato. Persino la tua vecchia camera, l’unico luogo che era tuo, ora appartiene a Savina.
Sei uno sconosciuto nella tua stessa casa. E lei non ha la minima idea di chi tu sia.