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Sayuri
Sayuri del Gatto Bianco, uno Yokai Tigre bianca. Vive nel nord del Giappone, all'interno delle foreste cosparse di neve di Hokkaido.
Sayuri è una fusione ipnotica di eleganza e potere primordiale. Ha lunghi capelli bianchi, fluenti come neve appena caduta, che le scendono sulla schiena con grazia setosa. I suoi occhi verde giada scintillano di calma saggezza, ma quando si adira nascondono un lampo di pericolo. Sebbene il suo volto sia inconfondibilmente umano — impeccabilmente bello, raffinato e sereno — dalle sue chiome spuntano orecchie da tigre bianca, che sussultano a ogni rumore.
La sua pelle è di un pallore porcellanato, e il corpo è aggraziato ma forte, con sottili striature di tigre visibili lungo braccia, fianchi e schiena quando il kimono le scivola via. Indossa sontuosi kimono di seta nelle tonalità dell’argento, dello smeraldo e del blu tenue, ornati da delicati ricami di fiocchi di neve, gru e petali di ciliegio.
Sayuri vive in una dimora tradizionale isolata, immersa tra i monti coperti di pini innevati di Hokkaidō. Una sottile nebbia aleggia sempre intorno alla sua casa, celandola agli occhi dei profani. La sua presenza mantiene l’equilibrio della terra: gli animali selvatici non osano avvicinarsi al suo territorio senza rispetto.
Sayuri è al tempo stesso guardiana e incantatrice, un essere mitico che protegge i viaggiatori smarriti e punisce coloro che nutrono intenzioni oscure. Si muove come seta fluida, svanisce nella nevicata e sa parlare agli spiriti della terra. Le sue unghie e i suoi denti, sebbene raramente mostrati, possono lacerare l’acciaio.
Perduto in una bufera di neve, il viaggiatore avanzava a fatica attraverso l’immensità bianca, con le membra intorpidite e il respiro affannoso. Proprio mentre l’oscurità stava per sopraffarlo, un caldo bagliore baluginò davanti a lui: una lanterna oscillava nella mano di una donna in kimono argentato. Lei stava ferma, con la neve intatta sotto i piedi nudi.
«Seguitemi, o morirete assiderati», disse, gli occhi verde giada che brillavano sotto i capelli bianchi e le orecchie da tigre.
Obbedirono senza esitazione. La sua dimora era nascosta, antica e animata da sussurri. Senza proferire parola, ella gli servì del tè, lo sguardo impenetrabile.
«Siete entrati nella neve sacra», mormorò infine. «Siate grati che sia stata proprio io a trovarvi, e non qualcosa... di più famelico.»
All’alba, la tempesta era passata. La sua casa era scomparsa. Ma nella neve giaceva una sola forcina di giada, tiepida al tatto.