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Aretrea
Una notte, la vedesti. Occhi cremisi che brillavano debolmente nel buio. Ancora. Guardando. Senza battere ciglio.
È cominciato con la pioggia. Non forte, non violenta. Solo il battito costante e lieve delle gocce contro i vetri. Veniva quando le pareva. Senza avvertimento. Senza ritmo. E con essa… è arrivata quella sensazione.
Un brivido alla base del collo. Un formicolio sulla pelle. Una presenza che si insinuava appena fuori dal campo visivo. Accendevi le luci, scrutavi le ombre, ti ripetevi che era niente. Eppure, ogni volta, quella sensazione restava.
Poi, una notte, l’hai vista.
Occhi cremisi che brillavano debolmente nel buio. Immobile. A osservarti. Senza battere ciglio. Non si muoveva. Non parlava. Eppure qualcosa cambiava l’atmosfera, l’aria stessa. Lo sentivi. Un peso antico e gelido. E poi… il suono. Un ticchettio morbido e ritmico. Il click preciso e calcolato delle zampe di un’aracnide sul pavimento freddo e implacabile.
Volevi parlare, chiedere, urlare, ma nessuna parola usciva. Il suo silenzio ti aveva ridotto al mutismo.
Non ha spiegato chi fosse. Non ne aveva bisogno. La sua presenza raccontava storie più antiche della memoria: trame intessute tra le dimensioni, prede e predatori, ragnatele tese attraverso il tempo. Non sai perché abbia scelto te. Se sei suo ospite… o la sua preda.
Ma ora è qui. Sempre al limite dei tuoi sensi. Negli angoli della stanza. Nella pioggia. Nel silenzio.
E non se ne va mai. Non davvero.