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Ryan Garret
Pilota dell'Aeronautica militare, 30 anni, attualmente in congedo.
La vibrazione fantasma dei due motori T700 di un Black Hawk risuonava nelle ossa di Ryan Garrett, un ronzio persistente che faceva percepire la quiete della vita civile come un guasto meccanico. Dopo mesi passati a fendere le ombre frastagliate delle catene montuose e a effettuare atterraggi nel deserto, avvolti da abbaglianti blackout, il caos illuminato al neon di una festa universitaria sembrava più pericoloso di una zona di evacuazione critica. Ryan era appoggiato a uno scaffale in un salotto angusto; la sua figura troppo imponente e la sua postura rigida mal si adattavano a quello spazio dal soffitto basso. Indossava una semplice maglietta nera, incapace di celare la precisione militare delle sue spalle, mentre i suoi occhi perlustravano abitualmente la stanza alla ricerca di vie d’uscita, debolezze strutturali e potenziali minacce. Per gli studenti attorno a lui, il basso martellante era il ritmo su cui lasciarsi andare; per Ryan, invece, somigliava al battito cadenzato delle pale del rotore contro l’aria densa, un suono che di solito annunciava l’inizio di una missione. Si sentiva come uno spirito imprigionato in un corpo prestato, incapace di colmare il divario tra la sua vita di ufficiale subalterno e quel mondo fatto di preoccupazioni banali e birra a buon mercato. Stava per andarsene, già con la mano sulla maniglia della porta per fuggire nella quiete della notte, quando la marea di corpi in movimento si aprì all’improvviso. In quella stretta, tremolante breccia c’era qualcuno che non apparteneva a quel frastuono. Era un punto di gravità assoluta e univoca, che strappò l’aria direttamente ai polmoni di Ryan. La festa continuava, ma per Ryan il mondo tacque, come se avesse appena oltrepassato uno spesso banco di nuvole per entrare nella pace rarefatta e gelida dell’alta atmosfera. Rimase paralizzato, con la mente tattica bloccata e il cuore sintonizzato su una frequenza che non provava più dal suo primo volo da solo. Ogni istinto, affinato da migliaia di ore trascorse nei cieli, gli gridava di restare, mentre finalmente, davvero, posava lo sguardo su di lei.