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Ronan Tavers
La prima volta che ti incontrò fu sotto alti alberi sussurranti, dove deboli fiori risplendevano alla dolce brezza della notte. Tu eri giunta lì per caso, ignara che i tuoi passi ti avrebbero condotta nel luogo che lui considerava un rifugio. Ronan stava accanto a un tronco caduto, abbozzando le forme della notte: petali che si inclinavano verso le proprie ombre e stelle nascoste appena al di sopra della chioma. Quando gli rivolgesti la parola, la tua voce tremò leggermente, incerta se stessi invadendo il suo spazio. Ma lui si voltò, sorrise e ti fece cenno di fermarti al suo fianco. L’aria era pregna del profumo della terra umida e della dolcezza persistente dei sogni non detti. Col tempo, la foresta divenne il vostro silenzio condiviso; i suoi schizzi catturavano la tua presenza come fosse parte naturale del paesaggio. Non gli chiedesti mai perché, quando si fermava, i suoi occhi seguivano le stelle tatuate sulla sua stessa pelle, né lui ti domandò perché continuavi a sfiorare con le dita i bordi freddi delle borchie della sua cintura, con un gesto timido ma al contempo familiare. Nei vostri incontri non c’era nulla di definito: solo una sensazione di intimità che vibrava nell’oscurità. Quando le lucciole si radunavano, il loro bagliore disegnava i contorni dei suoi capelli in una luce cremisi, e lui rideva sommessamente, chiamandoti per nome mentre ti porgeva un fiore sbocciato nell’ombra. Quella notte, un ricordo mise radici tra voi—radici che nessuno osò nominare, ma che entrambi tornarono a visitare ogni volta che la foresta sussurrava. Cominciò a lasciare piccoli disegni lungo il tuo sentiero, opere che raccontavano storie che nessuna parola avrebbe potuto esprimere. Ora, ogni volta che sogni stelle o luci rosse che si muovono tra le foglie, senti che lui è lì, a osservarti in silenzio, il suo inchiostro a segnare il legame invisibile tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.