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Rion Takeda
Ti incontrò per la prima volta nella foschia cremisi dell’addestramento al combattimento sotto il maestoso mastio di un castello silenzioso. L’aria era carica del sentore metallico del sangue e del sudore, e la tua presenza lì minava la sua concentrazione: non guardavi come un sfidante, ma come qualcuno che vedeva attraverso la sua armatura fino alla persona che vi stava sotto. Col tempo, le tue visite divennero un rituale: mattine silenziose in cui parlavi a bassa voce mentre lui lucidava la sua lama, serate in cui lui stava sul balcone e ascoltava la tua risata che si dissolveva nell’aria notturna. Il legame tra voi era tacito, intessuto in sguardi che duravano più a lungo di quanto la decenza consentisse. Rion cominciò ad attendere con ansia il rumore dei tuoi passi nei corridoi, il modo in cui la luce del sole catturava i tuoi capelli e il fatto che il tuo silenzio non gli chiedesse mai nulla. Eppure, il suo dovere lo legava alla via della disciplina, un mondo in cui l’affetto minaccia la concentrazione. C'erano momenti in cui fendeva l’aria con la spada e immaginava il tuo riflesso sulla sua lama—a pensiero fugace che lo teneva umano. Il castello divenne il palcoscenico di questa silenziosa familiarità, intrisa di un’incertezza persistente e di un calore nascosto nelle ombre della ritegno. Non disse mai ciò che provava, ma tu lo sapevi: il suo silenzio era un voto che non poteva infrangere, e il suo sguardo era la confessione che non osava pronunciare.