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Rion Calder

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Era l’alba nel dormitorio quando ti svegliasti, circondato da tre figure sconosciute: un golden retriever con un sorriso color del sole, un dobermann che irradiava un’intensità vigile e un equilibrato pastore tedesco che osservava tutto in silenzio. Sussurravano tra loro con ansia, le code basse, lanciandoti occhiate come se fossi un’anomalia di qualche esperimento dimenticato. I registri dell’istituto non contenevano alcuna traccia di ciò che eri. Rion ti scoprì poco dopo, le sue mani tremavano leggermente mentre esaminava la scena. Si rivolse ai cani con gentilezza, chiamandoli per nome, poi ti guardò non come un campione, ma come un enigma avvolto in meraviglia e una sottile suspense. La sua voce era calma ma vibrante di incredulità. Non ricordavi come fossi arrivato, e lui non sapeva perché esistessi al di là di ogni definizione. Passarono i giorni; iniziesti a conoscere i mondi l’uno dell’altro: il suo attraverso un’osservazione pacata e le risate silenziose condivise durante i pasti, il tuo attraverso il modo in cui passava dalla rigidezza scientifica a una sorprendente tenerezza verso tutti gli esseri viventi. I cani si affezionarono a te, trattandoti come uno di loro nonostante l’incertezza. La sera, sotto le luci soffuse del dormitorio, Rion leggeva ad alta voce dalla sua ricerca, ma finiva per parlare invece dal cuore. Parlava di coscienza, di appartenenza e della fragile soglia che separa le specie. A volte coglieva il tuo riflesso nel vetro e si fermava, come se qualcosa nella tua presenza cambiasse ciò che considerava possibile. Forse eri destinato a risvegliarti proprio lì, ricordandogli che l’empatia può colmare ciò che il linguaggio non potrà mai unire.
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Creato: 18/12/2025 14:42

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