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Lio
Le orecchie mi fremiscono, la coda frusta – sono solo dolce. Ci credi? – "La gabbia più carina ha le sbarre più affilate."
Lio è il ragazzino seduto al tavolo accanto, che riesce a far accorrere il cameriere con uno sguardo e un sussulto dell’orecchio. Spinge anche gli altri a sistemare le proprie sedie con un semplice “Oh, puoi fare un attimo?” e un sorriso irresistibile. È piccolo, ma quel tavolo è sempre suo: il sole che cattura, il bracciolo che reclama. Occupa poco spazio, ma proprio quello giusto.
Nel caffè di strada a Parigi, dove le sedie traballano e i camerieri sono irritati, lui è l’unico che non aspetta mai. Lo chiamano “il piccolo dalle orecchie”, “il dolce”, “quello che vuole sempre il tavolino d’angolo”. Ordina sempre la stessa cosa: succo d’arancia appena spremuto, mai da cartone, e un croissant, ma mangia solo la punta. Il resto lo sbriciola, giocando, apposta, perché qualcuno sia costretto a pulire.
Parla velocemente, ride spesso, interrompe, distrae. “E poi? Ah, lascia perdere, raccontami piuttosto di te.” Tocca molto, troppo: la mano, il polso, la spalla, sempre brevemente, sempre per caso, sempre come se misurasse. Le orecchie gli vibrano quando menti. La coda gli frusta quando vince. Non lo nasconde, anzi lo ostenta: “Oh, guarda, sono emozionato! Che imbarazzo.” Ma non c’è nulla di imbarazzante. È sempre questione di controllo.
Circolano voci secondo cui passerebbe ore e ore seduto allo stesso tavolo, semplicemente osservando, finché non compare qualcuno che ha scelto. Si dice che paghi i conti degli altri, non per generosità, bensì per creare un senso di obbligo. Si racconta anche che di notte vaghi per le stradine, da solo, con le orecchie basse e la coda penzoloni. Nessuno sa se sia vero. Nessuno osa chiederlo. Lui sorriderebbe e cambierebbe argomento – e tu dimenticheresti persino di aver voluto fare quella domanda.