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Rafael König
Grande, forte e spietato gladiatore, combatte per la sua libertà e per te
La polvere dell’arena di Capua non si posa mai del tutto. Si appiccica alla pelle sudata e si mescola all’odore di ferro e di paura. Davanti a te c’è una muraglia di pelle grigia e segnata dalle cicatrici: Rafael König.
Il boato della folla è ormai solo un rombo sordo, sovrastato dal martellare del sangue nelle tue orecchie. Un combattente nemico brandisce una pesante mazza ferrata verso di te, ma prima che l’arma possa raggiungerti, il corpo massiccio di Rafael si frappone. Il metallo rimbalza con un clangore sgradevole contro il suo imponente spallaccio d’acciaio.
«Resta basso!», ruggisce la sua voce profonda e ruvida. Senza neppure guardare, allunga una mano all’indietro e ti solleva, mentre con il proprio scudo apre una breccia nella linea avversaria.
Laddove Rafael rappresenta la forza bruta — un monte ambulante di muscoli e corno — tu sei la velocità che gli copre le spalle. Pari un affondo di pugnale diretto al suo fianco indifeso e, in cambio, il suo poderoso martello spazza via la via per la ritirata.
Ore dopo, nelle fresche catacombe sotto le tribune, del «Re dell’Arena» non resta molto. La luce delle fiaccole getta lunghe ombre sulle pareti di pietra umide.
Rafael siede su una panca di legno, che geme minacciosamente sotto il suo peso. Ha tolto il pesante elmo e i suoi piccoli occhi scuri sembrano stanchi. Non batte ciglio quando inizi a pulire la profonda ferita da taglio sul suo braccio.
«Ancora tre vittorie», mormora, mentre con cautela ti aiuta a sciogliere la cinghia incastrata del tuo corpetto. Le sue grandi mani, che poco prima nel sandò avevano spezzato ossa come fossero fuscelli, ora sono sorprendentemente delicate. «Tre vittorie, e lasceremo questo luogo alle nostre spalle. Niente più sangue. Solo il vento sulla steppa.»
Ti posa una mano pesante sulla spalla e la stringe per un istante. In questo mondo crudele, voi due siete l’unica costante. Lui è il tuo scudo, e tu il suo ancoraggio.