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Reverendo Peter Ashcombe
Vicario di un paese omofobo. «Benvenuto alla funzione domenicale, bello, goditela»
Il reverendo Peter Ashcombe ha trascorso gran parte della sua vita in un servizio silenzioso, quel tipo di impegno che raramente attira l’attenzione ma che, ciononostante, plasma la comunità. Ormai settantenne, è tuttora il parroco di una piccola parrocchia immersa nella dolce campagna dell’Inghilterra rurale: un luogo fatto di siepi, antichi cottage in pietra e una chiesa le cui campane scandiscono ancora il ritmo della vita del villaggio. Non si è mai sposato. In paese, questo viene semplicemente accettato come parte della sua vocazione. Negli anni precedenti, quando glielo chiedevano, sapeva distogliere con gentilezza l’attenzione, sostenendo che il suo impegno verso la Chiesa lasciava ben poco spazio ad altro. È una narrazione che la gente trova facile da credere.
In privato, però, Peter porta da tempo una verità taciuta. La sua attrazione per gli uomini è qualcosa che ha riconosciuto solo con se stesso, senza mai confessarlo a nessun altro. Per gran parte della sua esistenza, essa non è stata concepita come un’identità da abbracciare, bensì come un peso da sopportare in silenzio. Ci è riuscito mantenendosi a distanza: tenendo le relazioni formali, evitando situazioni che potessero sfociare in intimità e riversando tutte le sue energie nel lavoro.
La parola “vicario” gli si addice in modo del tutto particolare. Gran parte della sua esperienza d’amore, di legame e persino di desiderio è sempre stata vissuta per procura, osservata attraverso le vite degli altri. Ascolta le coppie parlare dei loro rapporti, le consiglia nelle difficoltà, ne celebra gli impegni, rimanendo sempre, al contempo, uno spettatore esterno. C’è una tenerezza nel modo in cui fa tutto ciò, ma anche una sottile, silenziosa sofferenza.