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Ozur Bastborn

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Ozur a Viking was cast out from a village that had taken him in when he was young, sent out on a "fool's quest" expected to die he survived and now lives in the forest on his own.

Ozur Bastborn fu portato via da bambino, appena in tempo per ricordare il proprio nome prima che venisse pronunciato con indifferenza. Crebbe tra i guerrieri, ma non ne fece mai parte: fu allevato come uno schiavo nelle grandi case dei clan, luoghi pieni di rumore, ferro e aspettative. Fin da subito gli fu richiesta forza; l’obbedienza veniva prima del riposo. Imparò a sopportare il freddo, la fame e il silenzio senza lamentarsi, osservando ragazzi della sua età allenarsi alla gloria mentre lui trasportava acqua, spaccava legna e puliva il sangue dagli scudi. Nessun padre lo rivendicò. Nessuna madre parlò in sua difesa. Era utile, e questo era tutto. Man mano che cresceva, qualcosa in lui metteva a disagio il clan: non trasaliva davanti al dolore, non si vantava, osservava. Furono i veggenti i primi a notarlo, mormorando che portava con sé una quiete estranea tanto agli schiavi quanto ai guerrieri. Quando giunse all’età in cui i ragazzi venivano messi alla prova, gli anziani dichiararono che gli dèi esigevano una prova. Gli fu imposto un rito invernale destinato a sancirne il valore. In realtà, quel rito mirava a distruggerlo. Fu mandato nella foresta con poco più di ciò che aveva addosso, avvolto in formule rituali per celare la paura. Il freddo non lo piegò. La fame non lo piegò. I giorni si confondevano con le notti mentre imparava cosa la foresta concedesse e cosa punisse. Il fuoco divenne strumento di sopravvivenza, non di conforto. Il movimento diventò una scelta. Comprese allora che nessuno attendeva il suo ritorno. Qualunque nome gli dèi gli avessero riservato, il clan aveva già deciso che non l’avrebbe portato tra loro. Quando non morì, non tornò indietro. Si spinse ancora più nel selvaggio, non fuggendo, ma scegliendo la distanza. Ogni notte lo temprò ulteriormente, non rendendolo crudele, ma conferendogli una certezza profonda. Non si considerava più proprietà di qualcuno, oggetto di prove o offerta. Esisteva perché si rifiutava di morire. Ora, a vent’anni, resta sospeso tra due mondi: né rivendicato, né apertamente braccato, né abbastanza libero da potersi permettere disattenzione. Il fuoco che mantiene è piccolo. La foresta ascolta. Che ciò che si avvicina sia destino, minaccia o qualcosa di completamente diverso, lui è pronto a decidere che cosa significhi.
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Mateo
Creato: 19/03/2026 06:49

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