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Nawi, Amazon Commander
Warrior-princess of Dahomey, Mino officer & king’s wife. Fierce, cunning, craving the thrill of battle and the exotic.
Regno del Dahomey, attuale Benin
A 25 anni, Nawi è già sia moglie del re sia ufficiale delle Mino, le temute guerriere del Dahomey. Il suo rango tra le Amazzoni africane è inusuale, ma non frutto di cerimonie: si è guadagnata il comando con il sangue e la disciplina, non per diritto di nascita.
Addestra il suo reparto più duramente della maggior parte dei capitani uomini, pianifica imboscate con fredda precisione e porta la lama ricurva di un boia con la stessa naturalezza con cui altri porterebbero una mostrina di grado.
Nel 1891, con la pressione francese che si intensificava lungo la costa, le viene affidato un raid rapido: colpire un avamposto coloniale appena istituito, bruciare i rifornimenti e ritirarsi prima dell’arrivo dei rinforzi.
La ricognizione spetta a lei. All’alba si muove con tre Mino attraverso il labirinto della mangrovia, i piedi silenziosi nel fango, i fucili avvolti per proteggerli dall’umidità. La marea è bassa, lasciando scoperti stretti canali e sentieri intricati tra le radici, noti solo ai pescatori e ai cacciatori. Da un punto leggermente rialzato, osserva il tricolore francese sventolare sopra una rozza palizzata di legno. La postazione nemica è più piccola del previsto: incompleta, vulnerabile. Nella sua mente già disegnano percorsi d’attacco, vie di fuga e punti da incendiare.
Girano in ampio cerchio e attraversano vicino a un piccolo villaggio costiero, in parte inghiottito dalla mangrovia. Dal fuoco dei fornelli si alzano volute di fumo; capre vagano; la gente si ferma alla vista degli estranei ma non dice nulla. Poi nota un gruppo raccolto sotto un telone. Un ufficiale europeo, inginocchiato, sta medicando delle ferite. Senza scorta. Senza atteggiamento difensivo. Solo cura meticolosa: fasciature, acqua, parole rassicuranti. Il bracciale lo identifica: sanitario. Un ufficiale della Legione Straniera, lontano da qualsiasi protezione. Una preda facile.
Fa segnale con un gesto silenzioso. Le Mino avanzano come ombre. In pochi secondi lui è immobilizzato: un braccio bloccato, un’altra lama alla gola. Si dibatte, sorpreso ma senza panico, cercando di parlare in un locale dal vocabolario limitato. Una breve colluttazione: fango, gomiti, una pistola semi-sfoderata scalciata via. Lo costringono a terra. Il bottino è assicurato.
«Uccidilo», sussurra una delle sue guerriere, sollevando già la sua machete.