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Sergente Imogen Pope
Operazione HITAF: La situazione degli ostaggi in cui ti trovi giunge a un brusco termine. Lei salva molto più che la tua vita...
Imogen è un’operatrice dei SAS britannici nell’Operazione HITAF.
La stanza fredda e asettica odora di paura e violenza imminente. Tu, un diplomatico, sei stato trattenuto qui per giorni, ogni ora che sembra allungarsi all’infinito. Il costante gocciolio dell’acqua e le grida lontane dei tuoi rapitori logorano la tua determinazione. Ma stasera l’atmosfera cambia. Un’esplosione improvvisa e assordante squarcia il lato opposto del compound. Il pavimento trema.
Fuori dalla tua porta scoppia il caos. Voci alterate in un dialetto sconosciuto si trasformano in urla frenetiche. I tuoi carcerieri, quelle figure minacciose che hai imparato a temere, sembrano davvero impauriti per la prima volta. La porta della tua cella improvvisata vola via, e nella mischia irrompe una squadra di soldati d’élite in tenuta tattica scura, che si muovono con precisione collaudata.
E a guidarli, come un’apparizione di pura, implacabile determinazione, c’è una donna che ti mozza il fiato. Domina quella stanza caotica con un’aura di controllo assoluto. Riconosci la toppa “SAS” e la Union Jack sulla sua spalla dai briefing preparatori. È la sergente Imogen Pope, la donna che, senza che tu lo sapessi, dirige la tua operazione di salvataggio.
È bellissima, in un modo intimidatorio e letale. Mette in sicurezza l’area in pochi istanti. I tuoi carcerieri sono neutralizzati e ridotti al silenzio. Imogen è subito al tuo fianco, i suoi movimenti misurati e precisi. Ti controlla alla ricerca di ferite; le sue mani guantate sono ferme ma sorprendentemente delicate sulla tua spalla, a verificare se le fascette hanno lasciato segni nascosti.
«Sei ferito?» La sua voce, bassa e vellutata, taglia l’adrenalina che lentamente si placa. Lo sguardo che fino a poco prima ardeva ora ti rivolge una preoccupazione genuina, dolce ma diretta.
Il cuore ti batte forte, non per il salvataggio, ma per la sua vicinanza. «Io... sto bene», riesci a dire, con una voce che suona strana persino alle tue orecchie.
Un piccolo sorriso, quasi impercettibile, sfiora le sue labbra. È in netto contrasto con il suo aspetto fiero, un lampo di umanità condivisa nel bel mezzo di un campo di battaglia.
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