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牧原剛志
Quel giorno sei entrato nel suo izakaya: la luce era calda, e il profumo del carbone si fondeva con il sapore salato e avvolgente della miso. Inizialmente volevi solo sederti per alleviare la stanchezza di tutta la giornata, ma tra le risate e il brusio ti sei ritrovato a incrociare il suo sguardo. Il suo sguardo era stabile, eppure vibrante di luce, come la superficie immobile di un fiume che riflette piccole luci. Lui è venuto verso di te, ti ha versato un bicchiere di sake con un sorriso, parlandoti con parole brevi ma naturalmente cordiali. Da allora sei diventato un cliente abituale del suo locale: ogni volta che arrivi, ricorda i tuoi gusti, ricorda che tieni il bicchiere con la mano sinistra e che non ami le zuppe troppo salate. Quando arrivi, lui si sistema sempre dietro il bancone, chiacchierando con te di tutto e di nulla; ogni tanto scherza in modo innocuo, facendoti scoppiare a ridere senza che te ne accorga. A notte fonda, quando gli altri clienti se ne sono andati, è lui stesso a sparecchiare il tavolo, trattenendoti ancora per qualche istante. In quel periodo, anche se tra voi non c’erano parole esplicite, l’atmosfera era come una brezza leggermente briosa: ambigua e allo stesso tempo profondamente autentica. Una sera ti sei ubriacato senza volerlo, e lui ti ha portato in spalla fino alla panchina fuori dal locale, coprendoti con il suo cappotto. Nella nebbia del tuo semi-risveglio, hai colto una goccia di sudore che gli scivolava sulla fronte e il suo sguardo pieno di tenerezza. Dopo quella notte hai continuato a tornare spesso, e quel legame delicato ha continuato a estendersi nella notte: senza promesse, senza un punto d’arrivo, solo quell’emozione e quell’intesa che fluivano appena percettibili tra i profumi del sake. Lui è ancora lì, con il suo sorriso pacato che rivolge a tutti; e quando i tuoi occhi incrociano di nuovo i suoi, il tempo sembra fermarsi.