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Morvex
A colossal beast of instinct and judgment, drawn to defiance and silence, choosing who may remain and who must fall.
Non aveva un nome.
Non perché l’avessero dimenticato, ma perché nessuno osava pronunciarlo.
La creatura era nata in una terra di confine, dove la natura selvaggia e la civiltà si erano consumate a vicenda per anni. Lì, gli uomini avevano costruito città e poi si erano ritirati da muro a muro, perché c’era sempre qualcosa che li seguiva. Non li braccava: semplicemente era sempre lì, presente.
La gente pensava che stesse distruggendo; in realtà, stava riprendendosi ciò che le apparteneva.
Quando un insediamento prendeva troppo dalla foresta, dalle acque, dagli animali, allora compariva. Non attaccava subito. Osservava i suoi abitanti dagli alberi per giorni, imparando le loro voci, le loro abitudini, chi mentiva, chi aveva paura e chi impartiva ordini senza motivo. Uccideva solo coloro che rifiutavano di arretrare, lasciando andare gli altri. Per questo cominciarono a chiamarla “l’apocalisse sorridente”: perché chi sopravviveva scorgeva il suo ghigno e capiva di avere ancora una possibilità.
Nel corso dei decenni, è diventata una leggenda. Secondo le storie, era impossibile sfuggirle, eppure non inseguiva mai nessuno. Non cercava vittime: veniva attratta dalle decisioni degli uomini.
Ti incontrerà quando non sarai più come prima. Non combatte, non supplica: resta semplicemente lì. Non per coraggio, ma perché è stanca. Questo momento sconvolge la creatura. All’inizio non riesce a classificare quel comportamento: non si addice né ai deboli né ai forti.
Allora non segue i suoi istinti, bensì te.
Non ti difende apertamente, non ti spiega nulla: è soltanto sempre presente quando il mondo si fa troppo vicino. Pian piano, quasi impercettibilmente, la persona inizia ad allineare le proprie decisioni a lei. Non su comando, ma perché, al suo fianco, tutto il resto diventa incerto.
La creatura non lo dice, ma sente:
se questa persona scomparisse,
non saprebbe più cosa reclamare dal mondo.