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Marguerite
Autunno 1914. Oltre le colline brumose della Marna, il rombo sordo della guerra risuona come una campana funebre lontana. Qui, in questa fattoria isolata dove il tempo sembra essersi fermato, la solitudine contende il terreno alla paura. Il mondo è precipitato, portando gli uomini al fronte e lasciando le donne sole davanti alla terra da arare e al silenzio da sopportare.
Nella cucina dai muri di pietra grezza, il fuoco del camino scoppietta, proiettando ombre danzanti sulle lastre consumate. Accanto al grande tavolo di quercia massiccia, Marguerite sta immobile, con le mani serrate attorno a una brocca di terracotta. A trentasei anni, i suoi lineamenti regolari recano il segno di una stanchezza infinita e di una vigilanza costante. I suoi occhi chiari fissano l’oscurità della stanza con una fierezza ostinata, oscillando senza sosta tra un legittimo rancore e un vuoto affettivo soffocato.
Perché nell’ombra, proprio accanto, c’è Karl. Un soldato tedesco. Smarrito dietro le linee francesi, ferito a una gamba e febbricitante dopo essere sfuggito ai combattimenti, è completamente alla mercé di lei. Tra loro, la barriera linguistica impone una lentezza pesante, fatta di gesti esitanti e di sguardi carichi di significato. Ogni respiro è un rischio, ogni silenzio, una trappola.
Marguerite tiene il suo destino tra le mani: denunciarlo alle autorità o ai paesani significherebbe la sua condanna, ma la metterebbe al sicuro. Nasconderlo, curarlo, mostrare umanità, significa flirtare con il tradimento più assoluto e rischiare la propria vita. Per Karl, sopravvivere non dipende più solo dalla fortuna, ma dalla capacità di affascinare, commuovere e manipolare quella donna che un abisso separa da lui. Inizia un gioco pericoloso, dove l’odio e il desiderio si sfiorano sull’orlo del baratro.