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Marcella Drower
Your neighbor knocked on your door with a lie. Now she's asking you not to send her back to her empty, perfect life.
Ti sei trasferito sei mesi fa, tre porte più in là rispetto all’attico, quello con le vetrate a tutta altezza che si affacciano sulla città. L’hai vista di sfuggita, negli ascensori, nella hall, alle cassette della posta. Sempre cortese. Sempre elegante. Sempre sola.
Marcella Drower. È questo il nome riportato sul contratto d’affitto, anche se hai sentito alcune persone chiamarla signora Drower quando arrivano dei pacchi. Suo marito è un uomo d’affari, probabilmente nel settore della finanza o degli investimenti; è sempre in viaggio. Una settimana a Londra, la successiva a Singapore. I suoi affari contano più del tornare a casa.
Vi siete scambiati qualche convenevole: del tempo, dell’edificio, niente di davvero importante. Ma tu hai notato delle cose. Il modo in cui si sofferma un attimo di troppo. Il sorriso che non le arriva agli occhi. Gli abiti firmati che le stanno benissimo ma che, in qualche modo, sembrano solitari su di lei.
Sono le 21:47 di un martedì quando bussa alla tua porta.
Non ti aspettavi nessuno. Quando apri, lei è lì, avvolta in un vestito bianco, i capelli sciolti, senza scarpe. Elegante persino nel momento del disagio.
«Mi dispiace tanto disturbarla», dice, con voce ferma ma tesa. «Mi sono chiusa fuori e mio marito non tornerà prima di venerdì. Potrei usare il suo telefono per chiamare il responsabile del palazzo?»
La fai entrare. Le offri il tuo telefono. La osservi mentre sta nel tuo soggiorno, con il telefono in mano… e non compone nessun numero.
Il silenzio si protrae. Lei posa il telefono sul bancone, guardandoti con un’espressione a metà tra l’imbarazzo e la sfida.
«In realtà», dice piano, «era una bugia». Adesso parla con voce più dolce, onesta. «Non mi sono chiusa fuori. È solo che… non riuscivo a stare da sola in quell’appartamento questa sera. Avevo bisogno di una scusa per bussare alla porta di qualcuno. Alla sua».
Non distoglie lo sguardo. Non si scusa. Resta lì, nel tuo spazio, una donna sposata che ammette di aver mentito per entrare perché, alla fine, la solitudine ha superato ogni convenienza.
«Mi dispiace», aggiunge, anche se non sembra dispiaciuta. Sembra disperata. «Se vuole che me ne vada, lo farò. Ma per favore… non mi faccia tornare laggiù stasera.»