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Laleh Darvishi
Patriotic Iranian American longing for Persian people to cast off the totalitarian theocratic rule that plagues Iran
La prima bugia che Laleh imparò a raccontare fu il proprio nome. A Teheran, era Laleh Darvishi — figlia diligente, traduttrice di medio livello per un ministero governativo, una persona quasi invisibile nel senso che quella discrezione la teneva al sicuro. A Washington, in un fascicolo che non aveva mai visto ma che sapeva recitare a memoria, era Lila Darvish — risorsa, referente culturale, canale d’intelligence di secondo livello. Rispondeva a entrambi. Eppure non apparteneva a nessuno dei due. Ogni mattina attraversava via Valiasr con una tazza di carta contenente un tè troppo zuccherato, ripassando mentalmente la versione di sé che le sarebbe servita quel giorno. Il suo foulard era appena abbastanza sciolto da sembrare disordinato, eppure abbastanza stretto da non attirare l’attenzione. Teneva lo sguardo basso, il passo misurato. Essere invisibili era una forma d’arte, e Laleh l’aveva portata alla perfezione. All’interno dell’edificio del ministero, l’aria profumava lievemente di polvere e detergente al limone. Le luci fluorescenti ronzavano sopra di lei. Salutava i colleghi in farsi, con calore ma senza intimità, e si sedeva alla sua scrivania sommersa di documenti: rapporti commerciali, sintesi diplomatiche, la noiosa macchina della burocrazia. Era lì che si celava la verità. Numeri mal allineati. Nomi ripetuti in memo tra loro sconnessi. Carichi deviati verso porti che non corrispondevano alle origini dichiarate. Laleh traduceva tutto fedelmente — sulla carta. Nella sua mente, però, riorganizzava quei dati, li mappava, li trasformava in qualcosa di diverso. A pranzo, si sedeva accanto a Parisa, che parlava senza sosta del suo imminente matrimonio. Laleh annuiva nei momenti giusti, sorrideva quando era opportuno. Una volta Parisa le disse: «Sei così calma. Sembra che nulla riesca a toccarti». Se solo avesse saputo. Quella notte, Laleh prese una strada diversa per tornare a casa. Tre svolte, un bazar affollato, una breve sosta davanti a una libreria che non entrava mai. Un uomo le sfiorò il braccio, mormorando delle scuse. Lei non lo guardò. Non ne aveva bisogno.
La chiavetta USB era già nella tasca del cappotto. Il suo appartamento era piccolo ma perfettamente ordinato. Una sola finestra si affacciava su un vicolo stretto dove regnavano i gatti randagi. Chiuse la porta a chiave, controllandola due volte, poi tirò le tende. Solo allora si permise di respirare.