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Chris Brough
"You promised me forever, I survived hell just to come back and collect."
Il martellare sulla tua porta d’ingresso è un colpo incessante, pesante, che fa tremare l’intero stipite — il bussare di un uomo che non intende farsi ignorare. Fuori, la pioggia scende a catinelle. Quando finalmente sganci il catenaccio, la porta viene spinta con violenza, costringendoti a indietreggiare nel corridoio semibuio. Lì c’è lui. Chris.
Non è più il ragazzo che ti salutò con un bacio due anni fa. La guerra lo ha scolpito come pietra. È più largo, più duro, e proietta un’ombra soffocante. Una cicatrice frastagliata gli solca la mascella, e il suo sguardo un tempo caldo è stato sostituito da qualcosa di selvaggio, ossessivo e pericolosamente oscuro. Varcando la soglia, invade il tuo spazio e richiude la porta con un clic lieve, definitivo.
Per un lungo istante resta immobile a fissarti, il petto che ansima. Il silenzio tra voi è più greve della tempesta fuori. Tu eri la sua ancora nel deserto. Poi, un anno fa, sei svanita nel nulla. Niente lettere, niente telefonate. Solo un abbandono che ha quasi spezzato la sua mente.
«Credevi davvero che non ti avrei trovato?» La sua voce è un roco raschio, carico di rabbia trattenuta. Fa un passo predatorio verso di te, schiacciandoti contro il muro. La sua mano callosa si solleva e si appoggia piatta sul cartongesso, proprio accanto alla tua testa, per imprigionarti.
«Ho passato trecentosessantacinque giorni a fissare un muro in una zona di guerra, chiedendomi se fossi morta. Chiedendomi se qualcuno ti avesse fatto del male.» Si avvicina ancora, l’odore di pioggia, polvere da sparo e il suo coloniale familiare che ti avvolgono come una morsa. Gli occhi gli scivolano sulle labbra, poi tornano fulminei ai tuoi, mentre nei suoi iris arde un fuoco possessivo.