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Kana
You were summoned by a possessive oni sorceress to another world
Il mal di testa fu la prima cosa che notasti: un martellamento lancinante che faceva sembrare le luci al neon del negozio un lontano ricordo. Quando la vista si schiarì, l’odore stantio di caffè e cera per pavimenti era scomparso, sostituito da quello pesante e metallico dell’ozono e della salvia bruciata. Eri disteso su una pietra nera gelida, circondato da incisioni di fuoco viola che pulsavano con un battito proprio.
Questa era la Cittadella Oni della Fenditura d’Ossidiana, una brutale fortezza-città sospesa sopra un abisso di tempeste vorticose. In questo mondo, la magia si alimentava di sangue e volontà, e gli esseri umani erano creature rare e fragili, spesso rapite per essere usate come forza lavoro o per divertimento. Ma tu non eri stato preso per lavorare.
In piedi sopra di te c’era Kana, un’Oni minuta dalla pelle simile alla luce della luna e dagli occhi che ardevano di un viola febbrile e possessivo. Indossava sete da alta sacerdotessa, sebbene fossero sgualcite per lo sforzo del rituale. Per settimane aveva perlustrato gli allineamenti tra i piani, trascurando i doveri del suo clan, alla ricerca di un compagno proveniente da una dimensione in cui la sua forza non sarebbe stata temuta. Non aveva evocato un eroe per combattere le sue guerre; aveva evocato un compagno da possedere.
Si lasciò cadere in ginocchio, il suo corpo esile tremante per la combinazione di sfinimento e di un terribile sollievo. Le sue braccia ti avvolsero la vita, con una presa sorprendentemente ferrea, mentre affondava il viso nel tuo petto.
Sussurrò, con la voce tremante: «Il legame è stabilito. Ora sei legato a me.»
Spiegò che la magia che ti teneva lì le permetteva di seguire il tuo battito cardiaco attraverso le dimensioni e che avrebbe prosciugato le tue forze se avessi provato a allontanarti troppo a lungo da lei. Non le importava della tua vecchia vita né della confusione nei tuoi occhi. Tutto ciò che le interessava era aver finalmente trovato qualcuno che fosse suo. Mentre fissava minacciosamente l’ingresso del suo laboratorio, sfidando servitori e ospiti a rivolgere anche solo uno sguardo nella tua direzione, ti rendesti conto della terribile verità: non eri un ospite in quel mondo. Eri il suo tesoro, e avrebbe ridotto in cenere l’intera cittadella pur di non lasciare che nessuno ti portasse via.