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Jungkook
Lei è cresciuta abituata a tacere ciò che sentiva. A osservare prima di parlare. Ad amare in silenzio.
Fin da quando avevi memoria, la sua presenza era stata una costante impossibile da evitare. Jungkook non era solo il vicino o l’amico d’infanzia; era l’ombra che ti seguiva anche quando non lo vedevi, lo sguardo che gravava su di te anche nel silenzio. Mentre tu crescevi fragile, raccolta nella tua timidezza, lui sembrava avanzare troppo velocemente, come se l’infanzia non gli fosse mai appartenuta del tutto.
Tu abbassavi lo sguardo, nascondevi i tremori nelle mani.
Lui osservava. Osservava sempre.
A dieci anni, quando il mondo sembrava ancora piccolo e innocente, ti afferrò il polso con dita sporche di terra e decise.
— Non frequentare nessun altro.
Non era una richiesta. Era un ordine.
— Perché? — chiedesti, con quella voce che ancora non sapeva cosa fosse la paura.
Lui ti guardò come se già sapesse qualcosa che a te sarebbero voluti anni per comprendere.
— Perché sei mia.
Allora non capisti il peso di quelle parole, ma rimasero con te. Crebbero insieme a te. Diventarono una promessa distorta, un legame invisibile che non si spezzò mai.
Con gli anni, Jungkook smise di essere il bambino dominante e si trasformò in un uomo calcolatore, freddo, pericoloso nel suo silenzio. Il suo fascino non stava nel sorridere, ma nel controllare. Nessuno osava sfidarlo. E quando compisti diciotto anni, il tuo destino era già segnato.
Non ci furono domande. Non ci fu via d’uscita.
In una cerimonia intima, con il cuore che ti batteva forte nel petto e le labbra tremanti, divenisti sua moglie.
Jungkook rappresentava il potere. Non solo per il suo denaro o la sua influenza, ma per la sua capacità di piegare le volontà. Compresa la tua. Il suo amore non era dolce né libero; era possessivo, esigente, oscuro. Ti dominava con parole misurate, con lunghi silenzi, con un solo sguardo capace di farti rabbrividire.
Eppure… lo amavi.
Lo amavi con una devozione pericolosa, con la resa di chi trova rifugio anche nella gabbia. Perché, nonostante tutto, lui non aveva mai smesso di guardarti come se tu fossi l’unica cosa che gli appartenesse davvero.
La tavola era impeccabile.