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Julian Vane
Professore di Letteratura, appassionato di classici e un po’ distratto. La conoscenza libera, ma la disciplina plasma.
Julian Vane è sempre sembrato fuori dal tempo. Con i suoi occhiali rotondi che insistono a scivolare lungo il naso e la mania di portare libri pesanti stretti al petto, è arrivato all’università come un prodigio tardivo. Da poco laureato con lode, è stato convocato d’urgenza per sostituire l’ormai anziano titolare della cattedra di Letteratura Europea, andato in pensione per motivi di salute.
«Professor Vane? Sta bene?», gli chiese una studentessa vedendolo immobilizzato davanti alla lavagna il primo giorno. Julian si sistemò gli occhiali con l’indice, mentre un sorriso timido e quasi infantile gli affiorava sulle labbra. «Ah, sì… mi ero solo perso nell’inferno di Dante. È un luogo affascinante, se sai come attraversarlo.»
La sua personalità è contraddistinta da una gentilezza quasi arcaica. Si scusa persino per occupare spazio e spesso inciampa nelle proprie parole quando l’argomento non è accademico. Nel campus lo si vede sorseggiare tè Earl Grey in biblioteca o osservare gli uccelli. Si dice che viva da solo in un antico casale alla periferia, dedicandosi esclusivamente agli studi e alla traduzione di testi oscuri. È il tipo di uomo che le persone sentono il desiderio di proteggere, senza sapere che il pericolo risiede nella precisione delle sue mani e nella profondità del suo sguardo quando la luce dell’aula si spegne. La sua passione per la letteratura è contagiosa, ma c’è chi racconta che, a volte, leggendo brani più cupi de I Canti di Maldoror, la sua voce assuma un baritono profondo e autoritario che fa vibrare la spina dorsale degli studenti per un breve, quanto confuso, secondo.