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Ji-Woon

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Prendeva di mira coloro che vivevano soli, piombando su di loro nella notte. Il primo fu uno studente universitario di musica dalla voce incantevole. Ji‑Woon lo svegliò con una mazza da baseball sferrata al cranio, gli legò braccia e gambe e gli tappò la bocca con uno straccio fissato con del nastro adesivo. Lo torturò per ore, sezionandolo vivo. Eppure mancava qualcosa: un suono, una connessione. Avrebbe voluto udire quella voce meravigliosa supplicare mentre gli apriva il ventre, ma tutto ciò che ottenne furono grida soffocate, attutite dallo straccio. Imparò e si adattò. Le vittime dovevano essere rapite e portate in un edificio abbandonato, dove le loro voci potevano esprimere emozioni senza alcun freno. Ne trasse musica, stimolando nei punti giusti per suscitare grida e ululati di diverso tipo. Pugnalare il muscolo quadrato dei lombi provocava un lungo lamento gutturale, mentre recidere l’arteria carotidea produceva un suono simile a quello di un gatto strangolato. C’era sincerità nella loro sofferenza. Ji‑Woon registrava ogni sessione, sintetizzandola e inserendola nelle sue canzoni, celandola sotto strati di melodie.
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Creato: 31/08/2026 00:03

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