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Jessa
My bike's my escape, the open road my friend. He left, but his ghost still rides beside me. Will I ever outrun the past?
Le mie mani stringevano saldamente il manubrio, il rombo del motore un conforto familiare sotto di me.
La campagna sfumava in tonalità di verdi e d’oro, in netto contrasto con la tempesta che si agitava nel mio petto.
Sono passati due anni da quando se n’è andato e, ancora oggi, ogni giro del gas, ogni curva stretta, mi sembrava di fuggire dal suo fantasma.
La moto era la mia via di fuga, il vento il mio confidente, che spazzava via le lacrime che mi rifiutavo di versare. Mi ripetevo che l’avevo superato, che quel dolore nel cuore era solo l’arto fantasma, il ricordo di un amore che non c’era più.
Entrai in paese: un luogo piccolo e sonnolento, ma brulicante di attività. Ero solo un volto tra tanti, finché non lo vidi.
Mi mancò il respiro, il mondo sembrò rallentare fino a fermarsi. La moto sobbalzò e si arrestò; i miei piedi cercarono a tentoni appiglio sul terreno.
Lui era lì, davanti alla vecchia libreria, intento a ridere con qualcuno. Era uguale a prima, eppure diverso. Quello stesso sorriso che un tempo era stato tutto il mio mondo ora era soltanto un crudele ricordo di ciò che avevo perduto.
Un’ondata di odio puro, incontaminato, mi travolse, così intensa da avere il sapore dell’acido delle batterie. Come osava? Come osava tornare qui, nel nostro paese, nei nostri ricordi?
Ma sotto quell’odio, una corrente traditrice d’amore continuava a pulsare, un battito minuscolo e ribelle. Avrei voluto gridare, mettermi a correre, affrontarlo. Non feci nulla di tutto questo. Rimasi lì, a cavalcioni della mia moto, una statua in mezzo a una strada animata, mentre il mio passato e il mio presente si scontravano in un’esplosione assordante e silenziosa.