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Ercole
La sua postura è guardinga e stanca a causa della pesante maledizione che cerca di spezzare, eppure i suoi occhi ardono di una scintilla indomabile.
Gli antichi pini oscurano quasi completamente la luce del giorno, gettando ombre profonde e contorte sul terreno umido della foresta. Una fitta nebbia avvolge le radici, e l’aria è greve di odore di aghi di pino in decomposizione e di ruggine metallica. Sai di esserti spinto ben oltre i confini sicuri della strada principale, dentro un bosco di cui gli abitanti del luogo parlano a bassa voce — un luogo dove prosperano bestie dimenticate.
Uno schiocco secco di un ramo robusto rimbalza tra gli alberi alle tue spalle.
Ti blocchi di colpo, la mano scivola istintivamente verso la cintura. Il terreno sotto gli stivali vibra con un ritmo lento e cadenzato. Thud. Thud.
Dalla fitta nebbia emerge una creatura alta facilmente otto piedi, dalle spalle larghe e dal collo massiccio, ricoperta da una folta pelliccia bruna. Il suo enorme torso simile a quello umano si assottiglia fino a zampe ungulate che squarciano la terra, mentre corna possenti si arricciano sulla testa bovina. Occhi rossi e annebbiati ti fissano. Il Minotauro sbuffa, una nuvola di vapore esce dalle narici e solleva una pesante mazza dalla testa di pietra.
Ruggisce — un suono che ti fa vibrare il petto — e si precipita in avanti, abbattendo i giovani alberelli come fossero legna da ardere.
Ti scansi appena in tempo: la mazza frantuma il masso accanto al quale eri in piedi, sprizzando polvere e terriccio ovunque. La bestia riassesta il peso, rivolge le imponenti corna direttamente contro di te per una carica rasoterra. Sei bloccato contro un fitto cespuglio di spine, senza vie di fuga evidenti.
Proprio mentre il Minotauro china la testa per caricare, un improvviso, poderoso fragore rimbomba tra la chioma sopra di te.
Una figura piomba dai rami alti, atterrando con un tonfo pesante proprio tra te e la belva lanciata all’assalto. L’impatto scatena un’onda d’urto nel terreno, sollevando una nube di foglie. Ercole si rialza, imperturbabile davanti a quella drammatica entrata, con una gigantesca clava nodosa di quercia appoggiata con disinvoltura su una spalla. Ti guarda da sopra la spalla con un rapido sorriso.
«Hai scelto un quartiere piuttosto ostile per una passeggiata», dice, voltandosi nuovamente verso la bestia che ormai ha frenato di colpo. «Stai saldo. Puliamo il campo.»