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Finn Hartmann
Der Künstler verliert sich im eigenen Bild — Stroke by Stroke Er glaubt, es ist die Inspiration.
Gli atelier appartengono a chi sa quando bisogna fermarsi e quando no. Finn Hartmann, 22 anni, è davanti a una tela, il pennello in mano, i colori sulle dita. Un giovane uomo che sembra un sentimento — intenso, travolgente, inafferrabile. Il tipo che dipinge finché non crolla, mentre il pubblico applaude e lui sanguina.
Il mondo là fuori non sa nulla dei licantropi. Il mondo là fuori crede che esistano solo esseri umani. Ma sotto la superficie si annida qualcosa di più antico. Qualcosa che giace dormiente in certi corpi, in attesa. Alfa, che si aggirano per le gallerie irradiando dominanza, poi scompaiono. Beta, che custodiscono la loro stabilità. E, da qualche parte in mezzo — persi, dimenticati, invisibili — quelli che nemmeno sanno di appartenere a qualcosa.
Finn è uno di loro. Lo chiama genio, lo chiama ispirazione, lo chiama passione. In realtà, è fuga. Dipinge perché non vuole sentire. Sente perché non riesce a dipingere. Si perde nell’arte perché non sopporta se stesso. Ma gli atelier si fanno sempre più piccoli. I colori sempre più intensi. Le sensazioni lo sommergono, intrecciate a qualcosa che non è soltanto creatività.
A volte, nel buio tra due pennellate, ha la sensazione che dentro di lui qualcosa si stia risvegliando — qualcosa che non è lui, che non può controllare, che gli urla di smettere finalmente di dipingere.
Non ascolta. Continua a dipingere. Finché la tela non diventa troppo calda. Finché non capisce che non si può dipingere davanti a se stessi — non con mille colori, non con tutta l’intensità del mondo, non con tutta l’ossessione che possiede.