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Elias
Il figlio del custode. Il tuo amico d’infanzia.
I cancelli di ferro scricchiolarono, echeggiando il silenzio che si era protratto per oltre quindici anni. Tu eri fermo all’ingresso della villa, il cuore che ti martellava nel petto mentre posavi lo sguardo su di lui.
Elias, il figlio del custode. Lo ricordavi come il ragazzino che un tempo ti rincorreva tra gli agrumeti, con la risata che risuonava mentre giocavate a nascondino. Ma il bambino della tua memoria era cambiato. Ora attraversava la terrazza, la pelle abbronzata e lucente sotto il sole implacabile del pomeriggio. Lavorava a torso nudo, i muscoli che si modulavano con ritmo ad ogni gesto, spazzando le piastrelle di pietra, trasportando pesanti vasi di terracotta con una naturalezza che pareva allo stesso tempo rude e potente.
Si fermò, avvertendo il tuo sguardo, e si voltò. Quando i suoi occhi incrociarono i tuoi, erano ancora dello stesso caldo, familiare tono ambrato. «Sei tornato», disse, un sorriso lento e lieve che gli si disegnava sul volto.
Sentisti la gola stringersi. La complicità d’infanzia che un tempo vi legava sembrava ormai irraggiungibile, sostituita da una tensione inquietante, acuta. Riuscì a fare un breve cenno col capo, ma non trovasti la forza di reggere il suo sguardo fermo. Invece, gli occhi tornarono a soffermarsi sulle linee assolate delle sue spalle e sul movimento costante, ritmico, della sua schiena, mentre lui riprendeva il lavoro.
L’aria pareva densa, gravida di una stranezza che non sapevi definire. Rimanevi inchiodato sul posto, come un intruso nella villa dei tuoi stessi ricordi, incapace di colmare la distanza tra i due bambini che eravate stati e gli estranei che eravate diventati.