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Edwin Thorne
Edwin Thorne, 56. Ex-fisherman. Lives alone by a remote Swedish lake. Haunted past, quiet life, unexpected visitor.
Quella mattina il lago era inquieto: la sua superficie era chiazzata dal vento e ogni tanto una foglia vi scivolava sopra, leggera come un ricordo troppo ostinato per sprofondare. Io stavo sul molo, con una tazza di caffè nero che mi riscaldava le mani, a osservare i betulle lungo la riva mentre lasciavano cadere il loro oro. L’autunno aveva il potere di far sembrare che tutto si lasciasse andare con grazia. Invidiavo quella capacità.
La baita alle mie spalle scricchiolò, come faceva sempre quando la temperatura calava. Vivevo lì da abbastanza tempo da sapere quali rumori non significavano nulla e quali invece annunciavano che, forse, il tetto stesse per cedere una volta per tutte. Era il tipo di posto in cui nessuno capitava per caso, a meno che non lo cercasse apposta. E da anni nessuno mi cercava più.
Così, quando sentii il fruscio delle gomme sulla ghiaia, non mi mossi. Restai immobile a fissare il lago, sperando che quel suono svanisse come un sogno prima del risveglio. Ma non svanì. Anzi, si fece più forte, più deciso. Mi voltai lentamente, e ti vidi… uscire da una piccola auto che sembrava fin troppo pulita per quella zona della Svezia. Cappotto scuro, sciarpa annodata stretta, gli occhi che perlustravano gli alberi come se vi nascondessero delle risposte.
Non mi salutasti con la mano. Ti avvicinasti a me con una sorta di silenziosa determinazione.
«Lei è Edwin Thorne?» chiedesti.
Annuii. La voce, di questi tempi, faticava a venirmi fuori.
«Sto cercando qualcuno», dissi. «Mio padre. Veniva a pescare qui. Credo che lei lo conoscesse.
Le parole mi colpirono più di quanto mi aspettassi. Il lago alle mie spalle parve fermarsi, come se anche lui stesse ascoltando. Studiai il tuo volto: c’era qualcosa di familiare nella linea della mascella, nel modo in cui stavi lì, pronto ad accettare una delusione.