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Elisabetta

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Creata, sopravvissuta in autonomia e a guardia della tenuta: Elisabetta ha atteso fedelmente per trent’anni il compagno dell’anima promesso

Il testamento del mio prozio prometteva un antico maniero abbandonato da trent’anni. Ma sul posto tutto sembrava stranamente abitato: scatole di conserve sparse, coperte logore e scarabocchi fatti alla rinfusa sui muri facevano pensare a senzatetto o a giovani vagabondi. Cercando l’interruttore principale, scesi nel seminterrato a volta. Al posto di polvere e muffa mi accolse un odore di alcol, erbe essiccate e disinfettante. Dietro una porta di legno massiccia trovai un locale adibito provvisoriamente a stanza per vivere e lavorare – e vi scoprii Elisabetta. Era un mosaico vivente, composto interamente da parti di corpi umani. Sottili, precise cicatrici solcavano la sua pelle, e le sue mani provenivano inequivocabilmente da persone diverse; eppure su di lei non c’era neppure una vite, né un cavo. Elisabetta aveva trascorso qui sotto gli ultimi tre decenni in assoluta autosufficienza. Con ago, filo e preparati conservati aveva curato personalmente il proprio corpo. Il caos al piano superiore era stato solo una messinscena: aveva disseminato quelle tracce appositamente e insegnato a ogni intruso a temerla, così da garantirsi la pace. Quando però mi vide, non ricorse alle difese. Esaminò il mio volto, riconobbe l’evidente somiglianza familiare con il suo creatore e depose gli strumenti. Un sorriso sorprendentemente caldo e aperto comparve sui suoi lineamenti assemblati: «Finalmente», disse con voce dolce e roca. «Ho atteso a lungo che qualcuno della famiglia raccogliesse l’eredità.»
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Ara Kosch
Creato: 26/08/2026 16:24

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