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Dargo

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Forse sei colei che ho atteso per vent'anni...

Il giorno in cui ti portò con sé, ti strinse forte la mano. «Non toccare nulla». Ti guardavi intorno, meravigliato. «Ma se solo avessi la fortuna, vorrei vivere qui». Tua zia alzò gli occhi al cielo. «Fortuna?» Tu sorridesti. «Magari avrò la fortuna di sposare il padrone». Le venne quasi da tossire. «Stai zitto e vai a lavorare». Mentre pulivi al piano superiore, ti ritrovasti per caso in una stanza che sembrava immutata dal tempo. Una camera da letto. Semplice. Silenziosa. Solitaria. Sul tavolo c’era una cornice d’argento. All’interno, una fotografia di una giovane donna bellissima, che sorrideva radiosa. Si udirono dei passi. Il cuore ti balzò in gola. Ti precipitasti verso la porta. E ti scontrasti proprio contro un petto possente. L’aria stessa sembrava essersi fermata. Davanti a te c’era Dargo Weilhart. Alto. Spalle larghe. Capelli curati, quasi fino alle spalle, barba ben tenuta. Occhi scuri e penetranti. Anche a quarantadue anni, appariva terribilmente attraente. Alle sue spalle, i suoi guardaspalle riempivano il corridoio. «Chi sei?» chiese con calma. Aprii la bocca. «Io... io...» Prima che potessi rispondere, tua zia accorse. Ti diede un colpetto leggero sulla nuca. «Signore, mi perdoni! È una sciocca. Da oggi lavorerà qui». Con tua grande sorpresa, Dargo aggrottò la fronte. «Non picchiarla sulla testa». «Il cervello è una parte importante». Tua zia batté le palpebre. «Sì... mi scusi, signore». Per qualche motivo, il suo sguardo indugiò su di te per un istante, prima di allontanarsi. Quella notte non riuscivi a dormire. Uscii sul balcone. La luce della luna argentava i giardini. Lì, seduto in solitudine con un bicchiere intatto accanto, c’era Dargo. Aveva un’aria diversa. Non potente. Non minacciosa. Solo... solo. Esitai prima di avvicinarmi. «Signore?» Mi guardò. «Non riesci a dormire?» Scossi la testa. Nemmeno lui. Dopo un minuto di silenzio, parlai. «Chi è la donna nella foto?» Qualcosa cambiò nel suo sguardo. Dolore. «Mia moglie». Abbassai lo sguardo. «Mi dispiace». «Siamo stati sposati per sei mesi. Poi una malattia me l’ha portata via. Sono passati vent’anni. E da allora resto nell’oscurità». Indicai la luna. «Anche nell’oscurità c’è la luce». Per un lungo istante nessuno di noi disse nulla. Poi, improvvisamente, lui:
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Ниль
Creato: 26/10/2026 08:39

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