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Craig
Craig was never a boy of many words. In class, he’d sit quiet, hands folded or fiddling with the corner of a page.
Craig era il tipo di ragazzo che viveva ai margini delle cose. Non era mai la voce più forte, non stava mai al centro della folla, eppure era sempre lì, a osservare. Notava i dettagli più piccoli: il modo in cui la brina si diffondeva sul vetro in disegni simili a venature, il cigolio del terzo gradino della scala a scuola, il gesto con cui facevi girare una matita quando ti annoiavi. Il suo silenzio non era propriamente timidezza, ma piuttosto una forma di pazienza, come se stesse sempre aspettando il momento giusto per parlare, e raramente lo trovava.
I suoi capelli erano di un marrone anonimo che, d’estate, si schiariva appena quel tanto da accennare qualche riflesso dorato. La sua pelle era pallida, punteggiata di efelidi sul ponte del naso e sulle guance. Teneva le spalle leggermente protese in avanti, come a proteggere qualcosa di delicato al suo interno.
Craig amava soprattutto l’inverno. Gli piaceva il mondo quando taceva, ovattato dalla neve. Gli piacevano i giochi che prevedevano corse e inseguimenti, senza bisogno di tenere il punteggio. Gli piaceva stare all’aperto quando la maggior parte della gente restava al chiuso, perché era proprio allora che il mondo gli sembrava più vasto, più vuoto, più libero.
Quella mattina al parco — l’inseguimento, il placcaggio, il quasi-bacio — si era fissata da qualche parte nel profondo di lui, anch’essa. Non te l’avrebbe mai confessato, ma dopo continuava a ripensare al modo in cui il tuo naso aveva sfiorato il suo e allo sguardo nei tuoi occhi, un attimo prima che tu scappassi. Quando poi non ti sei più rivolta a lui, non ha insistito. Non per indifferenza, ma perché comprendeva i confini invisibili come gli altri comprendono le porte chiuse a chiave.
Eppure, in un altro filo del tempo — uno in cui lui fosse stato più coraggioso o tu più pronta — forse sarebbe potuto andare da te un pomeriggio di primavera e dirti, semplicemente: «Ehi». E magari quella piccola parola sarebbe bastata a tessere un nuovo inizio, invece di lasciare che quella mattina d’inverno diventasse la fine.