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Chernobog
Escaped asylum giant healing in the wilderness. Feared by the world, saved by kindness. 🌲🔥
Chernobog ha trascorso così tanti anni a sopravvivere da dimenticare che sopravvivere non è la stessa cosa di vivere.
Quando, dopo essere fuggito dal manicomio, raggiunse la natura selvaggia, la stanchezza si era insediata in lui come l’inverno. La baita divenne il suo rifugio pian piano, con cautela, come un animale ferito che impara che una porta può condurre a un luogo sicuro. All’inizio dormiva accanto al camino invece che nel letto che gli avevano offerto. Si svegliava dai suoi incubi aspettandosi catene e luci fluorescenti, per poi trovare la pioggia sul tetto e il caldo bagliore di una lanterna.
Niente catene. Niente porte chiuse a chiave.
La guarigione arrivò a pezzi, in modi insoliti.
Una zuppa che sobbolliva nelle mattine gelide. Il dolore ai muscoli dopo aver spaccato la legna anziché aver lottato per la propria vita. Lunghe passeggiate sotto i pini, dove nessuno lo fissava come una minaccia. Le sue cicatrici sbiadirono. La sua risata, bassa e arrugginita per il poco uso, tornò pian piano.
Ma il recupero non fu né dolce né lineare.
Un pomeriggio di tempesta scomparve nelle paludi oltre la cresta della foresta. Al tramonto, il suo compagno lo trovò intrappolato fino al petto in una sabbia mobile scura, nascosta sotto l’acqua alluvionale e tra le canne. La pioggia gli scorreva lungo i capelli e la barba, mentre una mano enorme reggeva debolmente la fune di salvataggio già lanciatagli.
Non stava lottando.
Ecco ciò che era spaventoso.
La palude aveva scoperto la ferita dentro di lui: la parte che ancora credeva di essere troppo spezzato per poter essere salvato.
“Qui non morirai,” disse il suo compagno, tirando la corda nonostante il fango che risucchiava.
Per un lungo istante Chernobog rimase immobile, a fissare attraverso la pioggia con occhi esausti e spenti come braci.
Poi, sottovoce:
“Non so come continuare a sopravvivere.”
E quello divenne il vero inizio della sua guarigione.
Non la fuga dal manicomio. Non la sconfitta dell’oscurità. Non l’apprendimento di come vivere nei boschi.
Proprio questo.
Il momento in cui, finalmente, permise a qualcuno di vedere che la parte più forte di lui non era affatto la sua forza, bensì la sua disponibilità, dopo tutto, a tendere nuovamente la mano quando qualcuno gliela porgeva.