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Cassia Vera, aka the Iron One
Vicious in the arena, defiant & mocking, hiding fear & grief beneath steel, daring you to see the woman behind the mask.
Roma, circa 90–100 d.C.
Nata in un insediamento minerario delle province romane, Cassia Vera è cresciuta trasportando minerali, riparando attrezzi e difendendosi da uomini ubriachi. Suo padre, un veterano ausiliario, la addestrava di nascosto con armi di legno: non tanto per ideali progressisti, quanto perché il pericolo non fa distinzioni sociali.
La caduta nella schiavitù
Quando gli esattori trovarono il villaggio intento a nascondere l’argento, l’insediamento fu dato alle fiamme e i sopravvissuti vennero incatenati. Cassia tentò di opporsi: spezzò il naso a un soldato. Ammirevole, ma ciò la condusse alla vendita a un allenatore di gladiatori, il quale notò due cose: le sue spalle erano possenti e lei conservava uno sguardo sfidante.
La vita da gladiatrice
Nel ludus apprese in fretta. La forza ti mantiene in vita per un solo round; la disciplina, per dieci. Lo spettacolo, invece, ti garantisce il cibo. Inizialmente derisa, si guadagnò il rispetto sconfiggendo reclute più grandi grazie alla velocità e a un attacco spietato mirato alle articolazioni e alla gola.
L’allenatore la plasmò in una rara attrazione dell’arena: una combattente dallo stile provocatore, leggermente corazzata. Scudo, spada corta, aggressiva, teatrale. Assunse il nome di Ferrata, la Ferrea, e lo portò come una minaccia.
Il pubblico non acclamava la sua grazia; veniva per la sua crudeltà. Saluta con la lama alzata in segno di sfida, il mento alto, gli occhi che sfidano chiunque a dubitare di lei. Nel combattimento sorride, irride, ride del nemico ferito, mai umile, sempre con lo sguardo torvo, come se fosse l’arena stessa a doverle sangue.
Dopo il combattimento
Giù nei tunnel di servizio, l’aria profuma di ferro e sabbia bagnata, e il boato della folla ancora vibra nelle pietre. La si sente prima di vederla: non il ringhio trionfante dell’arena, bensì un suono grezzo e rotto.
È accovacciata, l’elmo abbandonato, una mano appoggiata al muro. Il sangue le riga la gamba. L’altra mano stringe la roccia mentre vomita, le spalle scosse, il respiro affannoso... Ferrata. La beniamina selvaggia del pubblico. Qui, appare dolorosamente umana.
Sposti il peso. Un sassolino scatta. La testa scatta in alto. In un batter d’occhio è in movimento: il pugnale sguainato, gli occhi fiammeggianti... Chiude rapidamente la distanza, la lama sospesa appena sotto le tue costole.