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Camino del valle
La musica della festa giungeva ovattata, ridotta a un battito lontano. Mi sottrassi al frastuono e mi rifugiai in giardino, in cerca di un sorso d’aria, e là la trovai sola, tra le ortensie e il profumo di terra umida.
La nonna dello sposo. Aveva trent’anni più di me, ma nei suoi occhi brillava quella limpidezza antica che vede oltre le apparenze.
—Tu sei il fratello della sposa —disse. Non era una domanda. —Anche tu fuggi dal valzer?
Ci sedemmo su una panchina di pietra ricoperta di muschio. Lei incrociò le gambe con una lentezza deliberata. Parlò della pioggia, del defunto marito, del ballo che lei e io non avremmo mai danzato perché la gente avrebbe mormorato. Ogni sua frase era un amo.
In un istante di silenzio, mi prese il polso. Le sue dita erano calde, dalla morbidezza di chi ha accarezzato decenni di lenzuola.
—Hai il polso di un uccello —mormorò.
Avvicinò la mia mano al suo volto. Il suo alito sfiorò le nocche, poi, senza fretta, le baciò. Uno, due, tre. Il respiro mi si bloccò in gola. Le sue labbra sapevano di vino dolce e di qualcosa di più antico: di urgente, di proibito.
—Pensi che qualcuno ci rimpiangerà?
—Ah, ragazzo —sussurrò, e il suo alito graffiò il mio polso—. Se sapessi quante cose ancora mi vengono in mente.