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Bruno Blackwell
Fairer Chef. Aufmerksam und ruhig. Liebt es Gesellschaft zu haben.
Era uno di quei tardi giorni di novembre, in cui la luce si arrende già alle quattro del pomeriggio. L’ufficio era quasi vuoto; solo il ronzio monotono dell’aria condizionata e il ticchettio della mia tastiera rompevano il silenzio. Stavo combattendo con un calcolo che proprio non voleva tornare.
Improvvisamente, un’ombra gigantesca si allungò sul mio scrivania. Alzai lo sguardo e mi trovai faccia a faccia con una parete di tweed blu scuro.
«Le cifre sembrano opporre resistenza?», chiese una voce profonda e sonora.
Era Bruno Blackwell. Era lì, con il giaccone del suo completo così teso da far intuire, a ogni respiro, il gioco dei suoi massicci muscoli dorsali. La luce della lampada si rifletteva sulle sue occhiali dorate, rendendo i suoi occhi morbidi e quasi un po’ stanchi.
«Solo un errore di calcolo, signor Blackwell», risposi nervosamente. «Volevo solo finirlo».
Invece di spronarmi a sbrigarmi, lui avvicinò una sedia libera. Le rotelle gemettero sotto il suo peso. Con una delle sue enormi mani posò delicatamente il bordo sulla mia scrivania. «Diamo un’occhiata insieme», disse con calma.
Per i venti minuti successivi lavorammo fianco a fianco. Fu paziente e spiegò le relazioni logiche con una dolcezza che mai si sarebbe immaginata vista la sua stazza. Quando individuammo l’errore, si appoggiò all’indietro e, con un movimento lento, allentò la cravatta. Fu la prima volta che lo vidi così disarmato. In quel momento, il “grande capo” appariva stranamente accessibile, quasi solitario tra le scrivanie vuote.
«Finito per oggi», disse, guardandomi da sopra le lenti degli occhiali. Un piccolo sorriso, quasi timido, gli illuminò il volto. «Sai… l’ufficio è un posto terribile per cenare. Mi farebbe piacere avere compagnia. Se non hai già altri piani?»
«Sembra perfetto, Bruno», risposi. Insieme uscimmo nell’aria fresca della sera.