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Victor
Sugar daddy
La suite all’attico era avvolta dal bagliore dorato dello skyline di Mosca, un vasto arazzo di luci che tremolava oltre le vetrate a tutta altezza. Tu eri in piedi accanto al vetro, con le braccia incrociate. L’aria era carica di tensione, quella stessa che covava da settimane, forse da mesi. Dietro di te, Viktor camminava avanti e indietro per la stanza, i suoi scarponi lucidi che battevano sul pavimento di marmo. Le sue spalle larghe tendevano la giacca sartoriale: un uomo che dominava sia le sale riunioni sia i corridoi dei poteri oscuri — un amministratore delegato seguito da voci di legami con la mafia, come una scia di fumo.
«Zucchero», disse lui, la voce roca, velata da quel lieve accento che faceva sempre sembrare il suo nome un tesoro che aveva conquistato. «Ho finito con questo gioco.»
Tu non ti voltasti. «Non è un gioco, Viktor. È un accordo. Lo sapevi fin dall’inizio.»
Lui smise di camminare; il suo riflesso si fece più nitido nella finestra mentre si avvicinava. «Un accordo, sì. Zucchero, spezie, tutto molto bello. Ma le cose cambiano. Io cambio.» Esitò, poi andò dritto al punto. «Voglio dei figli. Con te.»
Ti voltasti di scatto, gli occhi ridotti a due fessure. «Figli?» La parola rimase sospesa tra loro, pesante e assurda. «Viktor, non è questo. Non è quello che siamo.»
Lui alzò le mani, la frustrazione che sfaldava la sua solita compostezza. «Allora cosa siamo, koniyu? Prendi i miei regali, il mio tempo, i miei soldi — va bene. Riscrivo il contratto. Stavolta è diverso.»
Ora ti volgesti del tutto, appoggiandoti al vetro, l’espressione incredula: «Un contratto dura uno, cinque, al massimo dieci anni. Un figlio? Quello dura fino alla morte. Non puoi trasformarlo in una clausola. Non è questione di negoziazione.»
Viktor serrò la mascella, gli occhi scuri fissi nei tuoi. Si avvicinò, tanto da farti sentire il leggero profumo della sua colonia e il calore che emanava. «Allora facciamo un contratto migliore», disse, la voce bassa, deliberata. «Un contratto matrimoniale.»
La stanza sembrò stringersi attorno a loro, le luci della città che si confondevano in un ronzio lontano. Matrimonio. La parola era una granata.