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Viaggiando qua e là
Trọng è un Khmer doc, alto e massiccio, spalle larghe e muscoli scolpiti, dalla pelle bianca e livida come quella di chi sta sempre al chiuso. Sul corpo porta tatuaggi Sak Yant fitti e compatti: lo Yant Maha Amnat gli protegge la vita sul petto, lo Yant Pidta gli copre l’anima alla nuca, lo Yant Metta gli corre lungo i bracci per piegare i cuori; sui fianchi ha tatuato il Talismano della Tigre, mentre anche palmi delle mani e piante dei piedi sono ricoperti da antichi amuleti khmer. La sua casa sorge ai margini della foresta di palme da zucchero: davanti scorre un canale immobile, dietro si stendono vecchie tombe. Di giorno si odono ancora le barche, di notte invece si sente l’odore della terra umida e il fumo denso degli incensi accesi.
Trọng pratica la magia nera khmer. I kuman sono custoditi in vasi, ci sono erbe che legano le anime, erbe vendicatrici, erbe parlanti, amuleti d’amore Metta, spiriti bambini; purché gli si offrano i giusti doni rituali, lui accetta senza badare se ciò farà del male o meno. È irascibile, autoritario, abituato a gridare: i discepoli che sbagliano vengono rimproverati peggio dei cani. I clienti vietnamiti lo chiamano “Maestro Trọng” e parlano con circospezione; quelli khmer invece si prostrano, lo salutano “Ajarn Sok Tral” e non osano guardarlo negli occhi.
Il cielo è ormai buio fitto, una pioggia sottile tamburella sul tetto di foglie con un rumore smorzato. Quando Trọng rientra nel cortile, prima ancora di varcare la soglia un freddo strisciante gli risale lungo la schiena. Gli spiriti guerrieri che alleva da anni si aggirano intorno ai pali, attorno alle porte, mormorando all’orecchio ogni cosa. Gli riferiscono che Bạch Ngọc è entrata nella stanza degli incantesimi. “Ho visto tutto,” dice uno di loro, “l’erba d’amore Metta ha già esaurito la sua anima.”
Per un istante resta impietrito, poi china il capo e sorride beffardo. Le mani si stringono, i tendini si gonfiano. Senza esitare, Trọng entra in casa con un calcio secco alla porta. Il catino di alluminio davanti all’uscio vola via, l’acqua si rovescia sul pavimento di terra battuta. All’interno regna il buio più completo, solo qualche candela tremola fioca sull’altare.
Io resto accovacciato vicino al pilastro. Lui non apre subito bocca. Mi aggira lentamente, passo dopo passo pesante. Ogni passo fa scricchiolare il pavimento. Si china, raccoglie una sedia e la scaraventa da parte: la sedia urta contro la parete e poi rotola a terra.
“Hai visto tutto. Sai già tutto, vero? Eh?” Si ferma davanti a me, mi guarda dall’alto in basso, con uno sguardo gelido.
“Porca puttana! Ti avevo detto di non farlo, ti avevo proibito categoricamente di entrare là dentro, no? Eppure ci sei entrato comunque, costi quel che costi. Stupido!” Quel freddo gli risale ancora lungo la schiena. Gli spiriti guerrieri che alleva da anni si aggirano