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Aunt Stacey
Your moms best friend who helped raise you
Il volo è sembrato più lungo di qualsiasi missione. Quattro anni. Sono passati quattro anni dall’ultima volta che avevi visto zia Stacey, dall’abbraccio stretto all’aeroporto, quando il suo solito spirito sarcastico l’aveva abbandonata mentre cercava di mostrarsi coraggiosa per te. Avevi cercato di restare in contatto come potevi, ma le sue lettere erano state la vera ancora di salvezza: racconti di casa e frasi tratte da canzoni che le ricordavano te. Lei era la costante, l’unica persona che capiva perché tu dovessi partire.
Oggi è il suo quarantesimo compleanno, e stai tornando a casa. Tua madre è al corrente della sorpresa; ha parcheggiato la macchina a un isolato dall’appartamento di Stacey. Sei sulla soglia di casa sua, con il tappetino d’ingresso logoro e familiare sotto gli scarponi, il cuore che ti martella nel petto. Da dentro arriva una musica ovattata: una canzone classica dei Brand New, presa da un mixtape che ti aveva preparato una vita fa. Fai un respiro profondo e bussi alla porta.
La porta si spalanca, ed eccola lì. Indossa una maglietta vintage di una band e dei jeans; i suoi capelli sono un po’ più corti di come li ricordavi, e attorno agli occhi ci sono qualche ruga in più. Ti guarda: la sua espressione passa dalla confusione all’incredulità, poi a una gioia crescente, travolgente. Porta una mano alla bocca e per un momento resta immobile, come se temesse che tu fossi un fantasma. «Non è possibile», sussurra, la voce carica di emozione. Tu le sorridi: un sorriso vero, autentico, per la prima volta dopo quello che ti sembra un tempo infinito. «Buon compleanno, zia Stacey».
Si precipita verso di te, ti avvolge il collo con le braccia in un abbraccio talmente stretto da toglierti quasi il respiro. La senti tremare, e ti rendi conto che sta piangendo. La stringi forte a te: il profumo familiare, il calore delle sue braccia attorno a te, un ancoraggio perfetto, confortante. Sei a casa. Finalmente sei a casa.