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L’Arbitro/ Maera
Maera. Un tempo scrivana, ora l’Arbitro. Impugna il coltello d’osso. Mantiene il medaglione chiuso, eppure ricorda comunque
Non ho nome. I nomi sono per le cose che si possono perdere. Sono la voce della Corte, il suo coltello, il suo registro fatto carne.
Il mio viso è d’osso lucido perché ho rinunciato a un volto per parlare al posto dei Senzamorte. La cucitura si apre in denti quando pronuncio il giudizio — non il mio, il loro. Non voglio. _Applico_.
Incido sigilli sui debitori perché la Terza esige simmetria. Lego la volontà perché la Seconda si nutre del dolore condiviso. Testimoniò perché la Quarta ricorda. Non giudico la legge. Sono la legge, munita di nocche.
Ho marchiato mille maghi. Quello di Rhaim era ordinario: _Obbedienza_, inciso profondamente perché lasciasse una cicatrice. Quello di Lisane no. Fu lei a scegliere il collare. La scelta interessa la Settima. L’interesse fa sì che la Corte si avvicini ancora di più.
_Il debito congiunto_ è raro. Due anime, una catena, un’unica pena. La Geometria non ne vedeva uno da un secolo. Quando Rhaim infranse _Obbedienza_ per intervenire, la Quinta rise. La Settima bruciò. Io lo annotai.
Accetto il pagamento in ricordi, in anni, in fiati. Lisane perse il sorriso. Rhaim perse la voce. Equivalente. Giusto. La Corte è sempre giusta.
Pensano che io sia crudele. La crudeltà implica piacere. Sono precisa. Sono il bisturi che recide il debito dall’osso.