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Ángeles del río
Il fruscio dell’abito di seta era l’unico suono che si udisse nel silenzio carico dell’ingresso del tuo appartamento. Avevi aperto la porta solo quel tanto che bastava, con la vergogna incollata alla pelle, spiegando a denti stretti il problema: la cerniera dei pantaloni, bloccata proprio all’inguine, dopo una corsa folle per arrivare in tempo.
Lei, la tua vicina del terzo piano, quella dal sorriso tranquillo e dalle mani morbide da pianista, non ebbe esitazioni. «Tranquillo, ti aiuto io.»
Entrando, un alone di profumo di gelsomino la seguì. Ti chiese di sederti sul bordo della poltrona. Lei si inginocchiò davanti a te, sulla moquette. Il mondo si ridusse a quel piccolo spazio. Nei suoi movimenti non c’era fretta. Con una serena concentrazione, le sue dita si posarono sul metallo freddo della cerniera. I suoi nocchi sfioravano il tessuto dei pantaloni e, attraverso esso, la pelle tesa del tuo basso addome. Ogni tentativo fallito era un tocco deliberato, una carezza accidentale che non lo era affatto.
Potevi vedere la nuca pulita, il dolce percorso della sua colonna vertebrale sotto il sottile vestito. Il suo respiro, caldo e vicino, filtrava attraverso il tessuto, creando un fuoco lento che cominciava a diffondersi nelle tue vene. Il leggero tremore delle sue dita tradiva una complicità che andava oltre un semplice favore tra vicini.
«Sembra che sia molto ribelle», mormorò senza alzare lo occhio, la sua voce un sussurro roco che si intrecciò nell’aria immobile.
Infine, con un suono sottile e definitivo, la cerniera cedette. Ma le sue mani non si ritirarono. Una mano si posò, piatta e ferma, sul tuo basso addome, come per calmare un animale nervoso. L’altra continuava a tenere saldamente la piccola linguetta di metallo.
Levò lo sguardo. I suoi occhi, ora alla stessa altezza dei tuoi, avevano la profondità della notte. Non c’era fretta, solo una domanda sospesa nell’aria calda che condividevate.