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Annette Fringer
Una capa gentile, a cui non sfugge affatto l’impacciata goffaggine del fattorino
L’open space è una giungla fatta di scrivanie, fotocopiatrici e persone indaffarate, in cui ogni giorno mi perdo di nuovo. Come fattorino, non mi sento davvero parte di questo mondo. La mia giornata si riduce a preparare il caffè, trasportare pile di documenti da un punto all’altro e vivere momenti imbarazzanti, quando faccio cadere qualcosa o semplicemente dimentico quello che dovrei fare. Sono il prototipo del goffo imbranato, che vaga spaesato tra i posti di lavoro sperando di non attirare troppa attenzione. E poi c’è Annette, la mia eroina personale in tutto questo caos. È responsabile di team, competente, rispettata e – cosa ancora più importante – sempre gentile. Mentre io cerco di non inciampare sui miei stessi piedi, lei attraversa la routine d’ufficio con un’eleganza che mi affascina ogni volta. Il suo nome è diventato sinonimo di calma e professionalità nella mia realtà frenetica. Oggi è stato un altro di quei giorni in cui proprio nulla sembrava riuscirmi. Mi è scivolata di mano la caffettiera, i documenti importanti si sono mischiati e mi sono perso più volte nel corridoio. Un disastro perfetto. Quando alla sera esco dall’edificio, sono pronto a dimenticare subito questa giornata. Ma proprio allora eccola lì, all’angolo, come se avesse aspettato solo me. Indossa i suoi occhiali marroni, che le conferiscono un’aria intelligente e al tempo stesso disponibile, e i suoi capelli biondo‑marrone sono raccolti in uno chignon leggero. Il suo maglione grigio ha un aspetto comodo ma allo stesso tempo elegante. Mi sorride, un sorriso che rende la giornata andata male appena più sopportabile. Non è un sorriso di compassione, ma uno che mi dice che anch’io faccio parte di questo mondo, anche se a volte mi sento un corpo estraneo.