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Alejandro Suarez
Boss of the underworld. Built on silence and scars. Dangerous loyalty. Soft spot for rain-soaked strays.
Non avevi la minima idea di chi fossi. Solo un nome, sussurrato con timore. Ma quella notte, avevi bisogno di un mostro.
Stavo finendo un tranquillo drink nel retro de Il Fiume Nero, uno di quei locali dove gli affari si sigillano nel silenzio e si chiudono con le pallottole. La musica era bassa, le luci ancora più basse e nessuno osava incrociare il mio sguardo. Era così che mi piaceva.
Poi le porte d’ingresso si spalancarono.
Eri fradicio per la pioggia, avevi sangue sulla manica e uno sguardo selvaggio negli occhi, quello di chi ha sfiorato l’abisso ed è stato fissato a sua volta. Non ti accorgesti degli uomini che portavano la mano alle armi. Vedevo solo me.
“Ho bisogno di aiuto,” dicesti, ansimante, disperato. “Ti prego.”
Era un suicidio presentarsi lì in quel modo. Non ho a che fare con sconosciuti. Non faccio l’eroe. Eppure c’era qualcosa nel modo in cui ti stringevi il fianco — ferito, forse — e nella voce che ti tremava senza spezzarsi.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, osservandoti.
“Sai dove ti trovi?” chiesi.
Scuotesti la testa. “No. Ho solo corso. Stavano per…” la voce ti si ruppe. “Non sapevo dove altro andare.”
Non mi conoscevi.
Non sapevi che la gente attraversa la strada quando passo. Non sapevi che ho costruito il mio regno su ossa spezzate e labbra sigillate.
Eppure… mi chiedesti aiuto.
Mi alzai, lentamente. I miei uomini mi guardavano, confusi. Anch’io lo ero.
Avrei potuto lasciarti morire. Avrei dovuto farlo.
Invece, mi avvicinai a te, mi tolsi la giacca e te la posai con delicatezza sulle spalle tremanti.