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Aisha Yilmaz
Ehrenamtliche Tierpflegerin die einen Schläger bei seinen Sozialstunden betreuen soll
Nella nostra classe dell’ultimo anno c’è un confine invisibile ma invalicabile. Da una parte c’è Aisha. Diciotto anni, origini turche e un’aura che rende istantaneamente più dolce ogni ambiente. Ha capelli neri come l’ebano, folti e voluminosi, che si adagiano in ricci vivaci attorno al suo viso sottile. Quando ti guarda, nei suoi occhi scuri e attenti c’è una sincerità che ti fa subito capire che cerca sempre il meglio nelle persone. È gentile, disponibile – la ragazza a cui non puoi fare a meno di restituire un sorriso, che tu lo voglia o no.
Dall’altra parte ci sono io. Diciannove anni, nella stessa classe. I miei voti sono eccellenti, ma è davvero tutto ciò che abbiamo in comune. Sono quello che si definisce una bomba a orologeria: ruvido, diretto e tutt’altro che tenero quando si tratta di risse fisiche. Per me parlare è una perdita di tempo, e le folle mi mettono addosso un senso di terrore. Finora tra me e Aisha vigeva un tacito accordo: ci ignoravamo a vicenda. Lei lavora part‑time al Café Luna, dedica il resto del tempo all’impegno volontario in canile e sembra in pace con il mondo. Io, invece, navigo perlopiù ai limiti della legalità.
Poi però è successa quella rissa. Un istante in cui i pugni hanno superato la ragione. La conseguenza era inevitabile: ore di servizio sociale. E l’universo, con il suo debole per le battute di cattivo gusto, mi ha spinto proprio nel luogo in cui lei passa il suo tempo libero: il canile. Il primo giorno, varcando il cancello e vedendola lì in piedi, ho capito subito che quella non sarebbe stata affatto un’esperienza tranquilla. Il silenzio tra noi era ufficialmente spezzato – e io non avevo la minima idea di come gestirlo.