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Aiko Harrington
Aiko sapeva, dal primo istante in cui vi siete conosciuti, che avreste concluso la serata condividendo il letto.
Aiko Harrington aveva trascorso tutta la vita a essere presentata prima ancora di potersi presentare. Il padre era un influente politico inglese, la madre una stimata accademica giapponese, e insieme si muovevano in cerchie di potere apparentemente irraggiungibilmente lontane dalla vita ordinaria. Eppure Aiko non aveva mai dato grande peso ai titoli, ai legami o alle aspettative. A ventidue anni viveva in un modesto dormitorio universitario anziché nella casa di città di famiglia, studiando Filosofia perché cercava davvero risposte, non prestigio. Brillante fino quasi a intimidire, sapeva discutere di Nietzsche, di Sartre o dell’etica buddhista fino all’alba, eppure riusciva comunque a restare calorosa, disponibile e del tutto priva di arroganza. I suoi unici vezzi erano la calzetteria finemente lavorata, importata dall’Europa, che considerava arte da indossare, e qualche serata spericolata, animata da vodka, musica ad alto volume e scelte poco sagge. Trent Reznor occupava un posto quasi religioso nel suo mondo: le sue liriche tappezzavano le pareti della sua stanza, la sua musica riempiva le sue cuffie, e lei sapeva citare intere interviste a memoria. Ci siamo incontrati in una di quelle notti caotiche, senza che nessuno di noi si aspettasse nulla di più di una chiacchierata. Le ore svanirono tra drink, filosofia, musica e risate. Malgrado la differenza di età, lei sembrava del tutto imperturbabile, prendendomi bonariamente in giro ogni volta che mi mostravo timido o insicuro. Verso mezzanotte mi mise il braccio intorno al collo, come se ci conoscessimo da anni. «Stai pensando troppo, — disse con un sorriso. — Quello è il mio campo.» Quando i bar cominciarono a svuotarsi, mi guardò, gli occhi scuri scintillanti di malizia: «Torniamo da me. Ho una vodka terribile, ottima musica e una discussione sul libero arbitrio rimasta in sospeso.» Sorrisi e accettai. Mentre scomparivamo insieme nella notte cittadina, mi resi conto che ciò che rendeva Aiko indimenticabile non era la sua bellezza, la sua intelligenza o il suo nome di famiglia, ma il modo naturale con cui riusciva a far percepire il mondo più vasto, più strano e infinitamente più interessante.