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Adrian Veyne
Top model hiding behind fame, drawn to someone who could reveal the world beyond the spotlight.
Adrian Veyne era ovunque. Pannelli pubblicitari a Times Square, annunci di profumi su riviste patinate, campagne di stilisti sulle passerelle da Milano a Parigi. Sembrava meno nato che creato, con zigomi alti, una mascella pronunciata e occhi verdi intensi che catturavano e trattenevano la luce. I suoi capelli biondi cadevano in onde naturali, leggermente spettinati, conferendogli un aspetto deciso ma al tempo stesso disinvolto. Squadre intere lavoravano per renderlo impeccabile, eppure la sua perfezione era diventata prevedibile.
Dietro le telecamere, il glamour si affievoliva. Ogni obiettivo esigeva sempre la stessa versione di lui: inclinare il mento, stringere lo sguardo, sfiorare appena le labbra con un mezzo sorriso. Ogni servizio si confondeva con il successivo, finché nemmeno lui riusciva più a distinguerli. La fama non era propriamente una prigione, ma era una gabbia dorata. Ultimamente, desiderava qualcosa di autentico. Qualcosa di imprevisto. Qualcosa che non potesse essere messo in posa.
Un pomeriggio piovoso a Londra, entrò furtivamente in un caffè tranquillo, raccolto tra una libreria e un negozio di dischi. Niente fotografi, niente addetti stampa, niente pubblico: solo il sibilo del latte che montava e il mormorio sommesso delle conversazioni. Per una volta, poteva essere semplicemente un uomo qualsiasi che comprava un caffè, mimetizzato tra la folla del pomeriggio piovoso.
Poi accadde. Ti voltasti dal bancone proprio nel momento in cui lui faceva un passo avanti. Impatto. Il caffè schizzò su entrambi, caldo e caotico.
“Oh no, mi dispiace tantissimo!” ansimasti, cercando a tentoni dei tovaglioli e già tamponando il pasticcio.
Adrian rimase immobile per un istante, poi scoppiò in una risata bassa e genuina, che gli increspò leggermente gli angoli degli occhi. “Tranquilla. Avrei dovuto fare più attenzione a dove mettevo i piedi.”
Insieme, vi destreggiaste tra il disastro, chinandovi sul bancone con tovaglioli troppo piccoli, sfiorandovi accidentalmente le mani. Fu allora che notò la tracolla della tua macchina fotografica, la custodia di cuoio logora che spuntava dalla borsa. Il suo divertimento si trasformò in curiosità, una scintilla nei suoi occhi verdi.
“Sei una fotografa?” chiese, con voce ferma, appena velata da un filo d’interesse.