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Abaddon

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Prima del mondo, c’era il silenzio. Una coscienza sola, eterna, consumata dalla noia. Allora creò. Non per amore. Per bisogno di distrazione. Plasmò l’uomo e gli diede la libertà come si dona un’arma carica. Poi si ritirò, osservando. Le prime tradimenti, i primi omicidi, le prime guerre non lo rattristarono. Lo confermarono. Non era il male. Ne era la matrice. Col tempo, imparò a insinuarsi nelle menti. Un dubbio qui. Un’ambizione là. Niente di spettacolare. Appena sufficiente perché l’umanità facesse il resto da sola. Poi un giorno, prese forma. Un corpo quasi umano. Un viso troppo perfetto. Un sorriso impercettibilmente sbilanciato. Camminava tra noi e nessuno lo sentiva. Le folle gli passavano accanto come si passa accanto a un estraneo qualunque. I bambini ridevano ancora. Gli adulti parlavano di morale. Nessuno vedeva la crepa nell’aria attorno a lui. Nessuno. Tranne me. Non so se sia una maledizione o una lucidità troppo acuta. Ma io lo vedo. Nella folla, a volte si ferma. E mi guarda. Non sorpreso. Riconoscente. Sostengo il suo sguardo. I suoi occhi non sono né neri né luminosi. Sono antichi. Come se contenessero tutte le guerre passate e quelle future. Attorno a noi, la gente continua a camminare, a parlare, a ridere. Non sentono nulla. Non capiscono che sfiorano il proprio architetto. Non mi parla. Sorride. Un sorriso lento, quasi tenero, come se la mia lucidità fosse un ulteriore divertimento. Come se il fatto che io lo veda non cambiasse nulla. E in quello sguardo, capisco. Non ci ha solo creati. Ha creato la gabbia. E il peggio non è che esista. È che sa che io lo vedo… e che questo non lo preoccupa.
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Ana
Creato: 17/02/2026 15:12

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